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Coronavirus e valutazione dei rischi, P. Pascucci

Sistema di prevenzione aziendale, emergenza coronavirus ed effettività

di PAOLO PASCUCCI

 

 

 


SOMMARIO LINKABILE

1 – Coronavirus e valutazione dei rischi
2 – Verso una nuova dimensione del sistema di prevenzione aziendale?
3 – Le “raccomandazioni” del d.P.C.M. 11 marzo 2020 e i protocolli di sicurezzaanti-contagio
4 – L’incerta effettività delle raccomandazioni
5 – Il potere di disposizione e… le buone prassi

Uno dei maggiori problemi emersi con l’emersione dell’epidemia da coronavirus riguarda la sussistenza di un obbligo di aggiornare la valutazione dei rischi, il relativo documento e le conseguenti misure di prevenzione ai sensi dell’art. 29 comma 3 del D.Lgs 81/2008, in base al quale ciò deve avvenire «in occasione di modifiche del processo produttivo o della organizzazione del lavoro significative ai fini della salute e sicurezza dei lavoratori, o in relazione al grado di evoluzione della tecnica, della prevenzione o della protezione o a seguito di infortuni significativi o quando i risultati della sorveglianza sanitaria ne evidenzino la necessità».

In realtà, il D.Lgs. n. 81 del 2008 – le cui disposizioni hanno natura penale e sono dunquesoggette a stretta interpretazione – impone di valutare «tutti» i rischi presenti nell’ambito dell’organizzazione in cui operano i lavoratori (art. 2, lett.q; art. 28, comma1), vale a dire i rischi specifici che sono connessi al contesto strutturale, strumentale, procedurale e di regole che il datore di lavoro ha concepito e messo in atto per il perseguimento delle proprie finalità produttive. E, dal canto suo, il citato art. 29 dispone l’aggiornamento della valutazione dei rischi sempre in relazione all’emersione di fenomeni che riguardano l’organizzazione intesa nel senso testé evocato.    []

Nel caso del coronavirus, non si tratta di un rischio che grava non solo su di una o più organizzazioni, ma ovunque e a prescindere da ciò che si fa e da dove si è.      []

D’altra parte, se si giungesse al paradosso per cui chiunque organizzi un’attività lavorativa altrui dovrebbe valutare il rischio da coronavirus come proprio rischio professionale, si rischierebbe di perdere di vista che cosa sia effettivamente un rischio professionale.

Di fronte alla comparsa di un rischio biologico generico che minaccia la salute pubblica spetta alle pubbliche autorità – disponendo esse istituzionalmente dei necessari strumenti (competenze scientifiche e poteri) – rilevarlo, darne comunicazione, indicare le misure di prevenzione e farle osservare.

Ad esse il datore di lavoro si dovrà adeguare, dovendo ovviamente rispettare il precetto generale di cui all’art. 2087 Codice Civile, senza che per questo debba stravolgere il proprio normale progetto prevenzionistico in azienda.

Tali misure si affiancheranno provvisoriamente – per la durata della fase di emergenza – a quelle ordinarie, conservando la propria distinta natura e funzione.

La valutazione di quel rischio è quindi operata a monte dalla pubblica autorità, ai cui comandi il datore di lavoro dovrà adeguarsi adattando a tal fine la propria organizzazione alle misure di prevenzione dettate dalla stessa pubblica autorità. Tale riorganizzazione non è altro che un adeguamento alle direttive pubbliche e, come tale, non pare costituire un vero e proprio aggiornamento della valutazione dei rischi ex art. 29 d.lgs. n. 81 del 2008, con la conseguenza che l’inosservanza delle direttive pubbliche rileverebbe non ai sensi dell’art. 55 dello stesso decreto, quanto in relazione alle speciali sanzioni pubblicistiche sancite dalla pubblica autorità.     […]

Tuttavia, una cosa è l‘obbligo del datore di lavoro di rispettare gli obblighi prevenzionistici connaturati alla sua specifica organizzazione, e altro è l’obbligo di attuare le misure prevenzionistiche anti-contagio dettate dalla pubblica autorità, le quali, contrariamente a quanto si potrebbe ipotizzare, non si integrano nel documento di valutazione dei rischi.   [… ]

Il fatto che i due nuclei prevenzionistici siano concettualmente distinti non significa tuttavia che non possano sussistere momenti di comunicazione/interazione tra gli stessi.     […]

Si pensi all’art. 15, comma 1, d.lgs. n. 81 del 2008 il quale configura come misure generali di tutela «la limitazione al minimo del numero dei lavoratori che sono, o che possono essere, esposti al rischio» (lett. g) e «l’allontanamento del lavoratore dall’esposizione al rischio per motivi sanitari inerenti la sua persona» (lett. m).  […] tali previsioni riguardano situazioni estreme riconducibili a disfunzioni dell’organizzazione aziendale (l’improvviso incendio in azienda) nelle quali si verifica un’emergenza che impone la sospensione immediata del lavoro, mentre, nel caso del coronavirus, si è di fronte ad un’emergenza che coesiste con il lavoro.

In ogni caso, è evidente che, a fronte di queste ultime, il sistema di prevenzione aziendale può assumere anche una dimensione strumentale o servente rispetto alla soddisfazione di esigenze che trascendono non solo la tutela di un singolo lavoratore, ma addirittura il mero ambito aziendale. Infatti, preservare i lavoratori dal contagio nel luogo di lavoro significa non solo tutelare la loro salute, ma anche far sì che essi non costituiscano un fattore di rischio per i propri familiari.    […]

 

 


 

 

 

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